Il 27 luglio 2025, l’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump ha annunciato un nuovo accordo commerciale con l’Unione Europea, volto a scongiurare un’escalation tariffaria che avrebbe avuto gravi ripercussioni sull’economia globale.
Il nuovo quadro tariffario
Il cuore dell’accordo consiste nell’introduzione di un dazio uniforme del 15% su tutte le importazioni europee, eccezion fatta per alcune categorie merceologiche strategiche – tra cui aeromobili, componentistica elettronica, farmaceutica e semiconduttori – che saranno soggette a un regime “zero for zero”.
Questa misura ha evitato l’entrata in vigore di dazi fino al 30% precedentemente annunciati e, in cambio, l’UE ha garantito:
- acquisti per 750 miliardi di dollari di energia statunitense entro il 2028;
- investimenti europei diretti per 600 miliardi di dollari in territorio USA;
- l’abbattimento di alcune tariffe industriali verso prodotti americani.
Le reazioni e i rischi futuri
Sebbene il compromesso abbia evitato uno scontro commerciale aperto, restano significative perplessità:
- l’introduzione del dazio fisso al 15% rappresenta un aggravio per molte imprese esportatrici;
- la strategia di lungo termine dell’amministrazione Trump rimane incerta, con minacce pendenti di dazi fino al 200% su altri settori;
- negli USA sono in corso impugnazioni legali che mettono in discussione la legittimità costituzionale dell’azione dell’Esecutivo.
Spunti chiave per le imprese italiane ed europee
Il nuovo scenario tariffario tra Stati Uniti e Unione Europea impone alle imprese italiane ed europee un approccio più strategico e giuridicamente consapevole nella gestione dei rapporti commerciali internazionali. In particolare, l’introduzione di un dazio uniforme del 15% sulle esportazioni verso gli USA – pur scongiurando l’adozione di misure più drastiche – impone una riflessione approfondita su aspetti contrattuali, fiscali e logistici.
Sotto il profilo contrattuale, è essenziale rivedere le clausole economiche dei contratti di fornitura, prevedendo meccanismi espliciti di revisione del prezzo legati all’aumento dei costi per effetto dei dazi. L’inserimento di clausole di hardship può offrire una base giuridica per rinegoziare termini e condizioni qualora la prestazione diventi eccessivamente onerosa per una delle parti.
Allo stesso modo, clausole di price adjustment e di allocazione del rischio (ad esempio per definire se sia la casa madre o la subsidiary a sopportare l’onere del dazio) diventano strumenti cruciali nella definizione dei rapporti, soprattutto nei gruppi internazionali.
Anche la scelta e l’eventuale revisione degli Incoterms richiede particolare attenzione: modificare i termini di resa può incidere in modo sostanziale sulla responsabilità per il pagamento dei dazi e sul momento di trasferimento del rischio. In molti casi, passare da formule “delivered duty paid” (DDP) a rese meno onerose, come FCA o CPT, può rappresentare una scelta tattica importante.
Parallelamente, le imprese dovrebbero verificare con precisione la classificazione doganale dei propri prodotti per accertarsi dell’effettiva applicazione dei dazi e valutare – quando possibile – l’accesso a regimi sospensivi, come le zone franche o i depositi doganali, per alleggerire l’impatto fiscale sui beni in transito.
Da ultimo, risulta fondamentale un monitoraggio costante del quadro normativo e giurisprudenziale statunitense, che resta altamente fluido e soggetto a continui mutamenti. Un aggiornamento tempestivo e una corretta gestione contrattuale possono fare la differenza tra una crisi da gestire e un’opportunità da cogliere.
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EXP Legal è a disposizione delle imprese italiane ed europee per supportarle nell’analisi, gestione e aggiornamento dei contratti commerciali internazionali, anche con riferimento alla revisione dei modelli intercompany e all’impostazione di strategie strutturate per l’internazionalizzazione negli USA.