C’è una parola che in Italia suscita ancora troppa indifferenza: brevetto.

Nel lessico comune, è spesso percepito come un atto tecnico, una formalità da delegare ai consulenti, un timbro da ottenere a valle del processo innovativo. Eppure, nel mondo in cui competono le imprese globali, il brevetto è tutt’altro che un orpello giuridico: è una moneta strategica, una misura di potere industriale, uno strumento di politica economica.

La recente analisi pubblicata dall’ANSA (link), basata sulla Relazione sulla Ricerca e l’Innovazione in Italia del Consiglio Nazionale delle Ricerche e Mediobanca, lo conferma in modo impietoso. L’Italia resta in forte ritardo nei settori che stanno definendo la nuova frontiera dello sviluppo: digitale, biotecnologie, intelligenza artificiale. Cresciamo lentamente, e soprattutto cresciamo nei settori sbagliati.

Mentre la Germania, la Francia o i Paesi Bassi consolidano il proprio presidio brevettuale in ambiti high-tech, l’Italia continua a primeggiare in meccanica, packaging e trasporti — comparti solidi, ma ormai maturi.

Non è solo un problema quantitativo. È un problema culturale.

Nel mio lavoro vedo quotidianamente start-up brillanti e centri di ricerca innovativi che esitano a brevettare. Temono i costi, sottovalutano il valore del “first mover advantage”, oppure confidano che un deposito nazionale possa bastare in un’economia globale. Così facendo, consegnano il proprio vantaggio competitivo ad altri Paesi, più strutturati e più rapidi nel tradurre la conoscenza in valore giuridico.

Il dato, di per sé, è eloquente: secondo l’analisi del CNR, tra il 2002 e il 2022 l’Italia è stata, insieme alla Germania, il Paese europeo con la crescita più bassa di brevetti registrati presso l’U.S. Patent and Trademark Office. Una traiettoria piatta, che riflette l’incapacità del nostro sistema di trasformare ricerca in proprietà industriale, innovazione in mercato, invenzione in redditività.

Dietro a questo ritardo non c’è solo la scarsità di investimenti in R&S ma un deficit strutturale nella consapevolezza del valore giuridico dell’innovazione. L’idea di “tutelare” arriva sempre dopo quella di “creare”. Si inventa, si sperimenta, si presenta al mercato; solo dopo si pensa al brevetto. È un approccio reattivo, non strategico. E nel frattempo, le giurisdizioni più dinamiche – Stati Uniti, Cina, Corea, Israele – costruiscono ecosistemi in cui la protezione brevettuale è parte integrante del ciclo vitale dell’impresa.

Tuttavia, il quadro non è privo di segnali incoraggianti.

Le università italiane, in particolare i politecnici di Milano e Torino, stanno aumentando il numero di brevetti depositati e, soprattutto, di licenze concesse. I centri di ricerca pubblici cominciano a comprendere che un titolo di proprietà industriale non è un fine, ma un mezzo per dialogare con l’impresa. Anche il sistema legale, con il rafforzamento del Tribunale Unificato dei Brevetti e la crescente specializzazione della giurisprudenza di settore, offre strumenti più rapidi e prevedibili per la tutela dei diritti.

Credo che l’Italia non abbia un problema di creatività, ma di sistema. Serve un ecosistema in cui la cultura del brevetto diventi componente organica della strategia industriale, non un adempimento accessorio.

A tal fine, è necessario un salto di mentalità: considerare il brevetto come un investimento a medio termine, un moltiplicatore di valore, una garanzia per attrarre capitali e partnership internazionali. Questo perché in un’economia fondata sulla conoscenza, chi non brevetta non compete e chi non compete, scompare.

Il ritardo italiano può e deve trasformarsi in opportunità. Abbiamo spazi enormi nei segmenti emergenti – dall’IA applicata all’industria, al biotech verde, all’Internet of Things – dove la domanda globale è alta e la presenza nazionale ancora debole. Se riusciremo a spostare la prospettiva dalla tutela del prodotto alla tutela della visione, potremo tornare a occupare un ruolo centrale nello scenario europeo dell’innovazione.

Proteggere un’invenzione non è mai un atto meramente difensivo: è un gesto di fiducia nel futuro.

E forse è proprio questo che dobbiamo recuperare: la capacità di credere che il sapere italiano possa non solo ispirare ma anche guidare, con la stessa forza con cui, un tempo, le nostre officine e i nostri studi hanno plasmato l’idea stessa di progresso.