- Introduzione: l’executive order del 2 aprile 2025
Con l’Executive Order n. 14256 del 2 aprile 2025, l’Amministrazione Trump ha introdotto un pacchetto straordinario di misure tariffarie destinate a incidere in modo significativo sulle dinamiche del commercio internazionale.
Il provvedimento si inserisce in un contesto di “emergenza nazionale” formalmente dichiarata e motivata dalla necessità di correggere i persistenti squilibri commerciali a danno dell’economia statunitense.
La misura prevede l’applicazione, dal 5 aprile 2025, di un dazio ad valorem del 10% su tutte le importazioni, con estensione – a partire dal 9 aprile – di tariffe differenziate in funzione della provenienza geografica e della tipologia di prodotto. In particolare, per le merci di origine europea, è stata disposta un’aliquota tariffaria del 20%, salvo eccezioni specifiche.
- Le esclusioni e le aliquote differenziate: analisi delle categorie merceologiche coinvolte
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’ordine esecutivo non si applica in modo indiscriminato a tutte le merci.
Una lettura attenta della normativa e dei relativi allegati rivela infatti l’esistenza di numerose eccezioni, che devono essere analizzate con precisione da parte degli operatori economici.
Tra i prodotti esclusi dall’applicazione dei dazi rientrano:
- le specialità farmaceutiche e parafarmaceutiche, classificate nei codici HS 3001–3005;
- il rame e altri materiali critici, ritenuti fondamentali per il funzionamento di settori strategici e quindi soggetti a protezione selettiva;
- alcuni componenti essenziali per la difesa e l’aerospazio;
- semiconduttori e dispositivi elettronici avanzati, rientranti nei codici 8541 e 8542;
- merci che risultano non reperibili in quantità adeguate all’interno del mercato statunitense, come specifiche materie prime e legnami pregiati.
Sono invece espressamente soggetti a tariffe differenziate, e in alcuni casi cumulate:
- i prodotti siderurgici, già colpiti dal 12 marzo 2025 da un dazio del 25%;
- le merci del settore automotive, per cui si applica un ulteriore dazio del 25% a decorrere dal 2 aprile 2025;
- alcuni semilavorati e prodotti intermedi, la cui tariffazione è modulata sulla base del grado di “strategicità” attribuito dal governo USA.
Questa struttura tariffaria multilivello, estremamente articolata, impone alle aziende esportatrici una mappatura dettagliata delle proprie linee di prodotto, con l’obiettivo di evitare errori classificatori che potrebbero generare costi ingenti e sanzioni.
- L’impatto operativo sulla supply chain: il ruolo degli Incoterms
I dazi doganali non sono un tema astratto: si manifestano direttamente nella gestione quotidiana della catena logistica e dei flussi contrattuali. Come spiegato efficacemente nell’analisi tecnica pubblicata da esperti del settore, l’impatto di questi dazi comincia già all’arrivo delle merci in dogana, dove si genera l’obbligo immediato di pagamento.
L’impatto pratico varia significativamente a seconda degli Incoterms utilizzati:
- nel caso di consegne DDP (Delivered Duty Paid), è la casa madre esportatrice (europea) a dover farsi carico del dazio, che incide sul valore della fattura e deve essere registrato come costo diretto nella contabilità della filiale americana;
- al contrario, con EXW (Ex Works) o FCA, è la filiale USA che sostiene l’onere doganale, che va quindi integrato nel proprio purchase order;
- nei casi intermedi (FOB, CIF), le responsabilità sono condivise o ripartite contrattualmente.
La corretta identificazione dell’Incoterm applicabile assume oggi un ruolo determinante, in quanto condiziona non solo la determinazione del prezzo di vendita, ma anche la struttura dei flussi finanziari e logistici tra sede e filiali.
Inoltre, i sistemi ERP (SAP, Oracle, ecc.) devono essere aggiornati in modo che il costo del dazio venga imputato correttamente al ciclo passivo o attivo, evitando squilibri nei margini e nei report gestionali.
- Costi di magazzino e coperture assicurative
Uno degli effetti più rilevanti, e spesso sottovalutati, dei dazi riguarda l’incidenza sul costo del magazzino.
In un sistema basato su “standard cost”, come avviene in moltissime realtà industriali, l’aumento del costo d’ingresso delle merci genera inevitabilmente delle variazioni di prezzo di acquisto (PPV). Questo meccanismo, se non gestito tempestivamente, può portare a disallineamenti nei bilanci, margini falsati e decisioni gestionali non fondate su dati reali.
Parallelamente, l’aumento del valore delle merci stoccate implica una revisione delle coperture assicurative: il valore assicurato deve essere aggiornato per tenere conto del maggior rischio economico legato al valore doganale delle scorte.
In assenza di questa revisione, le imprese rischiano coperture insufficienti in caso di danni, furti o sinistri logistici.
- Determinazione del prezzo finale e composizione di costo
Non è realistico pensare di “scaricare” meccanicamente l’aumento dei dazi sul cliente finale.
I prodotti complessi sono costituiti da componenti di diversa origine, ciascuna con una propria incidenza tariffaria. La revisione dei listini richiede quindi un lavoro analitico dettagliato, con simulazioni che tengano conto:
- dell’origine doganale prevalente;
- delle deroghe o esenzioni applicabili;
- del margine lordo accettabile per il mercato di destinazione.
Solo un approccio analitico e multidisciplinare consente di evitare effetti boomerang sul pricing e di mantenere la competitività commerciale.
- Gestione dei costi intercompany tra casa madre e filiale USA
La determinazione di chi debba assorbire i dazi all’interno del gruppo è una questione centrale per le aziende italiane che operano con proprie filiali americane.
In molti casi, la casa madre continua a vendere “franco fabbrica” alla subsidiary USA, la quale importa e si fa carico degli oneri doganali. Tuttavia, in presenza di margini contratti e forte volatilità valutaria, può essere opportuno riconsiderare questo assetto e valutare:
- una condivisione del rischio dazi;
- l’utilizzo di policy di transfer pricing coerenti con i nuovi scenari tariffari;
- l’eventuale riformulazione dei contratti intercompany per specificare chi è tenuto a pagare cosa, anche ai fini della corretta deducibilità fiscale.
Una scorretta imputazione dei dazi può infatti generare problematiche sia in sede di audit interni che di controlli fiscali.
- Monitoraggio e tracciamento dei costi reali
Affinché la strategia di adattamento ai dazi sia efficace, è fondamentale dotarsi di sistemi che permettano un tracciamento accurato dei costi reali, distinguendo quelli originati dai dazi da altri oneri (logistici, assicurativi, valutari). In caso contrario, si rischiano:
- margini operativi alterati;
- errori nella definizione dei prezzi futuri;
- una visione distorta della redditività per prodotto, canale o mercato.
- Nuove strategie: localizzazione e revisione delle supply chain
Alla luce del nuovo scenario tariffario, è evidente che le imprese italiane dovranno riconsiderare in modo strutturale il proprio modello di accesso al mercato USA.
L’alternativa all’aumento dei costi doganali è rappresentata da una strategia di internazionalizzazione produttiva. Delocalizzare parte della produzione o del confezionamento direttamente negli Stati Uniti consente di:
- annullare l’impatto dei dazi all’importazione;
- aumentare la credibilità commerciale, soprattutto nei bandi pubblici o forniture B2B;
- beneficiare degli incentivi statunitensi, sempre più generosi per investimenti locali.
Gli Stati Uniti, a livello federale, statale e locale, offrono un’ampia gamma di incentivi fiscali per attrarre investimenti diretti esteri.
Le imprese che decidono di aprire una sede produttiva o logistica sul territorio possono beneficiare di crediti d’imposta sul reddito d’impresa, deduzioni sull’imposta fondiaria, contributi a fondo perduto (grant) per la creazione di posti di lavoro o per l’acquisto di macchinari, e agevolazioni sull’energia o sulle infrastrutture.
Molti Stati americani, poi, offrono pacchetti di incentivi personalizzati, costruiti in funzione dell’impatto economico dell’investimento (es. numero di assunzioni, valore immobiliare, tecnologie introdotte). Questi accordi sono spesso negoziabili, a patto che l’azienda firmi un “performance agreement” che garantisca determinati risultati entro un certo arco temporale.
Naturalmente, si tratta di operazioni complesse che richiedono una valutazione multidisciplinare (legale, fiscale, logistica e commerciale).
Tuttavia, in uno scenario in cui i dazi potrebbero restare in vigore per anni, questa si presenta come l’unica soluzione realmente sostenibile nel lungo termine per molte PMI esportatrici.
- Altri strumenti di mitigazione
Oltre al ripensamento della strategia commerciale e logistica, le imprese italiane ed europee possono adottare strumenti tecnici e doganali per mitigare gli effetti dell’aumento dei dazi statunitensi. In particolare:
Regimi doganali sospensivi
Le imprese possono ricorrere a regimi come il perfezionamento attivo, che consente di importare materie prime e semilavorati in UE senza pagamento immediato di dazi e IVA, a condizione che tali beni siano trasformati e successivamente riesportati. Questo strumento permette una gestione efficiente della liquidità e neutralizza i dazi in entrata e uscita. È utile per aziende con filiali o clienti negli USA che effettuano lavorazioni intermedie in Europa.
Operatore Economico Autorizzato (AEO)
Lo status di AEO, riconosciuto sia in UE che negli USA grazie ad accordi di mutuo riconoscimento, consente procedure doganali più rapide, controlli ridotti e maggiore prevedibilità operativa. In un contesto di tensione commerciale, disporre di una certificazione AEO può rappresentare un vantaggio competitivo concreto, riducendo ritardi e costi indiretti.
First Sale Rule
Negli Stati Uniti, le imprese possono calcolare i dazi non sul prezzo finale di vendita al cliente USA, ma sul valore della prima cessione nella catena di fornitura internazionale. Questa regola doganale, nota come first sale rule, può comportare un notevole risparmio, specie per gruppi con strutture multilivello (es. vendite intra-gruppo seguite da vendita a cliente finale).
Ottimizzazione del valore doganale e della classificazione tariffaria
Un’analisi tecnica approfondita può consentire di individuare codici doganali alternativi più favorevoli, oppure di rivedere il metodo di determinazione del valore doganale (es. escludendo determinati oneri accessori). Si tratta di un’attività che richiede competenze specialistiche, ma che può generare risparmi significativi e migliorare la compliance.
Gestione del rischio da dazi ritorsivi
Poiché l’Unione Europea ha annunciato l’intenzione di reagire ai dazi USA con misure speculari, le imprese esportatrici devono anticipare gli effetti potenziali di eventuali dazi UE su beni statunitensi. Questo può comportare la necessità di rivedere supply chain, pricing e rapporti con clienti e distributori USA.
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EXP Legal è al fianco delle imprese italiane ed europee per affrontare questa nuova fase di instabilità commerciale.
Il Dipartimento di Internazionalizzazione dell’Impresa dello Studio continuerà a monitorare ogni aggiornamento e a supportare le aziende nella valutazione delle migliori strategie di adattamento, dalla supply chain alla pianificazione fiscale, dal contract management agli investimenti cross-border.
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Resp. Dipartimento di Internazionalizzazione d’Impresa